L'ETERNITÀ È UN GIORNO
Riflessioni su di un'intervista concessa da Don Verzè in occasione dei suoi novant'anni
Qualche anno fa mi colpì un romanzo di Michel Houellebecq, che viene considerato da molti l’erede spirituale di Louis Ferdidand Celine, il medico-scrittore di "Morte a Credito" e "Viaggio al termine della notte". "La possibilità di un’isola" racconta la storia di un comico di successo che in vita ama solo 2 donne, ma si distacca da loro al momento del declinare della bellezza fisica delle sue partner.
Le sue vicende sono alternate a quelle dei suoi cloni, Daniel 24 e Daniel 25, che vivono circa 2.000 dopo, e sono esseri geneticamente modificati, che non provano emozioni e si alimentano grazie a un meccanismo simile alla fotosintesi.
A far raggiungere l’immortalità alla specie umana contribuiscono 3 personaggi discutibili, e una setta, gli 'Elehomiti', che predica il libero amore e l’eternità dell’ultima generazione. Ma i cloni si trovano a vivere una sorta di stoica apatia.
Il plot del romanzo (una lettura spiazzante, comunque si voglia giudicare il tentativo scoperto di alimentare il mito di scrittore iconoclasta) mi è tornato in mente leggendo l’intervista che Don Verzè ha concesso ad Alessandro Sallusti su 'Il Giornale' sabato 13 marzo. "Non è scritto che dobbiamo morire", recita il titolo, quasi a rovesciare la memorabile gag di "Non ci resta che piangere", dove Savonarola ammonisce Massimo Troisi con il motto "Ricordati che devi morire", e il comico napoletano risponde "Sì, mo’ me lo segno".
Vi riporto i passaggi fondamentali dell’intervista, sin dal sottotitolo:
"Apriremo una scuola che creerà una generazione di scienziati capaci di sconfiggere il male e allungare la vita”.
"Il Signore non ha creato la morte e non ha messo la malattia dentro le nostre viscere. Quindi dobbiamo avere il coraggio e l’ambizione, attraverso la ricerca, di tornare lì, all’inizio dei tempi… Quando l’uomo era a somiglianza di Dio… Adamo era bello, altrimenti non sarebbe uscito dalle mani di Dio e lo stesso non sarebbe stato soddisfatto del suo lavoro. E in più non aveva il problema della mortalità".
Attenti a questo passaggio: "La patologia non va tamponata ma risolta alla radice. Bisogna passare dalla medicina preventiva a quella predittiva. Già oggi qualche cosa si può fare. Per esempio possiamo leggere il menoma, abbiamo capito come funzionano e come si possono usare le cellule staminali… Bisogna non aver paura di compiere l’ultimo passo".
Don Verzè ricorda infine che Adamo ha vissuto 900 anni. Come considerare queste dichiarazioni sconcertanti? Dobbiamo liquidarle solo come il tentativo e l’auspicio di "prendersi tempo", e dunque alla stregua di una debolezza umana, certamente comprensibile e scusabile, ma che comunque stona parimenti sulla bocca dell’ecclesiastico così come dell’uomo di scienza?
E come si pronuncerebbe a proposito Joseph Ratzinger?
Si può piegare la Genesi al tentativo di prolungare la vita all’infinito?
E soprattutto, può uno scienziato prendere alla lettera un testo di migliaia di anni fa, che persino i Creazionisti cercano di interpolare con la verità del Darwinismo.
E se non si crede all’evoluzione della specie, quali sono le fondamenta della possibilità di prolungare la vita, se non l’idea di sostituirsi a Dio o alla natura, in una forma di superominismo oscurantista che mira a creare una generazione d’immortali, condannando tutte le altre a non nascere?
La prima generazione d’immortali sarà l’ultima, questo è chiaro.
Quel che più m’interessa in questa sede è condividere con i nostri lettori e, se possibile, con la comunità scientifica, una domanda: esiste un’ "ecologia del sapere"? Una traiettoria di pensiero che cioè si occupi di salvaguardare gli equilibri della natura, proteggendola nelle modificazioni che può determinare l’uomo?
In molti conoscono il caso del pesce persico del Nilo, la cui immissione nel Lago Vittoria ha prodotto l’estinzione di 300 altre specie, facendo saltare tutte le catene alimentari consolidate, e contribuendo a un drastico declino delle biodiversità. E provocando alla fine un calo della massa ittica del lago, che si può considerare un vero e proprio boomerang, visto che l’introduzione serviva proprio a incrementare il volume del pescato.
Ora, rapportiamo quest’esempio alla specie umana.
La questione ha anzitutto implicazioni "malthusiane" evidenti. A cui si aggiunge l’evidenza di un’alterazione progressiva dell’indice di vecchiaia della popolazione.
Dobbiamo abituarci all’idea di un mondo egualmente diviso tra ultracentenari e badanti?
Don Verzè ci rassicura: vivremo a lungo, ma solo a condizione di essere in salute, belli e intelligentissimi. Per chi non l’avesse capito: non parliamo di medicina, ma di pura e semplice genetica applicata: è questo l’ultimo passo, la predizione invece che la prevenzione, e dunque la selezione della specie.
Chi scrive si sente ancora, coi suoi miseri 39 anni, un po’ "piccolo" per questi temi. La morte fa paura, ma anche la "predizione" non scherza. Stiamo però attenti a come vengono usate le parole: Don Verzè non parla né di sfere di cristallo né di aruspici: è chiaro che nelle sue affermazioni c’è di mezzo la possibilità di operare sul codice genetico. Un tema di fronte a cui chi scrive preferisce autocensurarsi, scegliendo per sé la parte di chi china il capo, come la ginestra.
Sposando semmai la causa della "facile" demagogia.
Nel ricordare che nel mondo ogni 3 secondi muore 1 bambino con meno di 5 anni. 9 milioni in 1 anno, dunque, quasi 1/6 della popolazione italiana, con quasi 4 milioni che non superano il periodo neonatale (primi 28 giorni di vita), di cui 2 milioni muoiono entro 24 ore dalla nascita e 1 altro milione entro la prima settimana.
La maggior parte di loro muore per cause facilmente prevenibili, quali complicazioni neonatali (37%), polmonite (19%), diarrea (17%), malaria (8%), morbillo (4%). Il Paese con il tasso di mortalità infantile maggiore è la Sierra Leone (262 bambini morti ogni 1.000 nati), seguita dall’Afghanistan, una nazione di cui si parla di continuo, dimenticando però che vi muoiono ancora 257 bambini su 1.000.
Al calduccio della mia stanza, non voglio fare la morale a nessuno, e immagino che il San Raffaele faccia tantissimo intorno alle varie problematiche. Quando però si parla sui media, è sempre meglio ricordare il "contesto". Dire basta alla mortalità infantile è una sfida meno faustiana e certamente più praticabile.
Pensando poi alle vite geniali di Mozart, Caravaggio, Raffaello, Bizet, Parmigianino, mi chiedo se la leva che ci spinge a essere creativi e a dare tutto sé stessi nei nostri progetti, non abbia anche a che fare con l’incertezza in merito al tempo che ci resta.
Probabilmente, a dispetto di Don Verzè e di Renato Brunetta, la prima generazione d’immortali sarà anche una generazione di "fannulloni", costretti, come un incubo borghesiano, a vivere la vita come se si trattasse di un infinito pomeriggio trascorso a poltrire in un ufficio ministeriale.
A proposito, il romanzo di Houellebecq si conclude con una solitaria, eterna giornata al mare. Non è forse questa la nostra idea di paradiso terrestre? Dall’altezza vertiginosa dei suoi 90 anni Don Verzè avrebbe dovuto insegnarci che l’eternità è un giorno, non che un giorno saremo eterni.