DOLORE CRONICO: UN PROBLEMA DI INFORMAZIONE
Oggi 1 cittadino su 3 attende mesi o anni prima di arrivare al Centro di Terapia del Dolore
“Non siamo nati per soffrire”, questo lo slogan dell'indagine condotta da Cittadinanzattiva sul dolore cronico. A leggere i dati verrebbe però da dire che invece si soffre "parecchio".
A causa della mancanza di informazione o della sottovalutazione da parte dei medici di famiglia, passano infatti mesi, o addirittura anni, prima che un paziente venga indirizzato in un centro specializzato, ancora pochi e poco conosciuti, garantiti dal Servizio Sanitario Nazionale.
L'indagine ha coinvolto 7 regioni italiane (Campania, Calabria, Lazio, Liguria, Lombardia, Sicilia e Veneto) e 418 pazienti, in cura presso i centri di algologia o affetti da patologia cronica, e medici di famiglia, attraverso un questionario.
Le aree di interesse su cui Cittadinanzattiva, con la collaborazione di diverse associazioni e federazioni di medici e pazienti, si è concentrata sono 5:
- comportamento del paziente di fronte al dolore;
- rapporto medico-paziente e comunicazione tra medici e Centri di terapia del dolore;
- percorsi terapeutici;
- conseguenze del dolore sulla vita quotidiana;
- uso e somministrazione di farmaci oppiacei.
Sebbene una legge importante, da poco approvata, sulle cure palliative e la terapia del dolore (Legge n. 38 del 15 marzo 2010 - link qui) faccia ben sperare, a vincere, almeno per il momento, è ancora la troppo scarsa informazione nella cura del dolore cronico non oncologico e un approccio del “fai da te”. Le attese di mesi o anni prima di rivolgersi in un centro specializzato sono dovute, per il 27% delle persone intervistate, alla mancanza di notizie.
Circa 1 cittadino su 3, quindi il 33%, dichiara di sottovalutare il problema o di dover sopportare il dolore perché questo “fa parte dell'esistenza e va accettato” e il 25% dei pazienti si cura, da solo, con banali antidolorifici.
Prima di arrivare ad un centro di terapia del dolore il percorso è lungo.
Il 53% dei pazienti ha dovuto consultare tra i 2 e i 5 medici e nel mezzo di queste consultazioni, che portano ad attese di mesi (per il 34% degli intervistati) o anni (per il 27%), circa il 37% delle persone ricorre alla medicina alternativa: in ordine di frequenza, massaggi (34%), agopuntura (20%), omeopatia (15%), chiropratica (11%), osteopatia (8%).
Dall'indagine emerge il ruolo fondamentale del medico specialista a cui si è rivolto circa il 56% dei pazienti. Molto importante viene ritenuto anche il rapporto con il medico di famiglia nel percorso per la cura del dolore: il 35% dei pazienti ha dichiarato di rivolgersi in prima istanza ad esso per identificare il problema. Ma negli studi dei medici di base è il 'tempo' quello che "manca": per ben più di 1 cittadino su 3 (37%) il consulto non dura più di 5 minuti e per un altro 20% non va oltre i 10 minuti. La conseguenza immediata è che la metà dei pazienti non si sente "ascoltata".
Il problema centrale risulta però essere l'informazione sui centri specializzati: l’80% dei medici non segnala ai cittadini l’esistenza di tali centri che risultano sconosciuti al 75% dei pazienti con dolore cronico. D’altra parte, nel 53% delle Asl non esiste un sistema informativo, di qualsiasi tipo, sull’esistenza di tali servizi.
Laddove l'informazione esiste e il paziente riesce ad accedere ad un centro di terapia del dolore, mostra una sostanziale soddisfazione per la cura ottenuta: l’86% valuta positivamente la gestione del dolore ottenuta e la quasi totalità (94%) ritiene che gli specialisti del centro prestino ascolto e, quindi, giungano alla comprensione del problema.
A leggere i dati, quindi, emerge come il primo livello sul quale occorre intervenire è quello dell’approccio culturale e della informazione sul problema del dolore.
Ciò e confermato da Guido Fanelli, che presiede la commissione del Ministero della Salute con il compito di monitorare l'applicazione della legge sulle cure palliative che ha spiegato: ''La legge e' ottima, ma ora bisogna divulgarla. Solo il 30% dei medici la conosce”.